E il mio cuore trasparente
15 / 3 / 2010
La pluripremiata Véronique Ovaldé declina in forma di giallo surreale l’inconoscibilità dell’Altro, di chi ci sta accanto, nel romanzo E il mio cuore trasparente (traduzione Lorenza Pieri, Minimum Fax, febbraio 2010).
Lancelot ama Irina. La conosce grazie a una scarpa lanciata da una finestra, per lei lascia l’ordinaria moglie Margareth. Il colpo di fulmine, o di tacco, culmina in una quasi serena convivenza, fino a quando Irina muore in circostanze misteriose. Il vedovo inconsolabile comincia così a conoscerla ex post, riscopre un certo suo fanatismo ecologista radicale, incontra suo malgrado gli uomini che la frequentavano.
E mentre ripercorre la sua storia con una Irina a lui sconosciuta fino a quel momento, Lancelot capisce molto di se stesso.
“Lancelot sapeva di essere sempre stato attirato dalle povere ragazzine sfortunate con l’infanzia distrutta, e che questa cosa aveva a che fare con sua madre. Questo tipo di determinismo gli provocava un grande smarrimento. Si diceva, Sono attratto dalle belle ragazze a pezzi. E sentiva un misto di fierezza e disgusto che lo lasciava ansimante, come se avesse salvato qualcuno dall’annegamento e questi gli avesse rubato il portafoglio mentre lo riportava a riva” (p. 112).
“L’arte è salute mentale”
9 / 3 / 2010
Finalmente un libro su Louise Bourgeois in lingua italiana. A colmare il vuoto editoriale sull’artista carismatica e versatile nata in Francia nel 1911 e vissuta a New York, è l’editore Quodlibet, che nel giugno 2009 ha pubblicato un testo uscito nel 1998 da Violette Editions.
Nel libro si alternano scritti sulla vita e il lavoro. Si comincia con pagine di diario di una ‘Louison’ dodicenne (ritrovate da un antiquario a Parigi nel 1996), si finisce con brani di interviste e colloqui degli ultimi vent’anni.
Mettendo in guardia dal potere delle parole. “Le parole di un artista vanno sempre prese con cautela. L’opera finita è spesso estranea a – e talvolta in contraddizione con – quanto l’artista sentiva o voleva esprimere inizialmente [...] L’artista che discute il cosiddetto significato della sua opera spesso descrive una questione letteraria marginale”.
Sono diversi i registri che scandiscono il libro. Se le lettere all’amica, a sua volta artista Colette Richarme, rimandano dettagli biografici e con la freschezza di confidenze giovanili, (ma gà significative della sua opera successiva, come il desiderio inesausto di afferto materno, quel ‘materno’ che nella sua scultura prenderà le forme di un enorme ragno) gli articoli che riguardano riflessioni sull’arte, sul processo creativo e sulla sua opera affrontano temi complessi con una linearità argomentativa affascinante.
Psicopatologia della vita amorosa
3 / 3 / 2010
Un libro scritto a quattro mani da due psicologhe e psicoterapeute – Emanuela Buriana e Tiziana Verbiz – entrambe uscite dalla scuola statunitense di Palo Alto il cui esponente più famoso è Paul Watzlawick, racconta in centosettanta pagine che l’amore è un ‘sublime autoinganno’, che il discorso amoroso “è anche” - in casi patologici “è solo” - un discorso tra sé e sé e che ignora l’evidenza dei fatti.
A volte la psicoterapia traghetta i pazienti da un autoinganno ‘disfunzionale’ a un autoinganno funzionale, per poi magari smontare il tutto e rivelare, aldilà di comportamenti ossessivo-compulsivi, la depressione. Non si può dire che questo libro racconti cose nuove, e la vita amorosa a cui si riferisce il titolo è declinata attraverso casi clinici piuttosto eccezionali.
Alla base della sofferenza di molte delle persone ‘malate’ d’amore c’è, sostengono le autrici, “il costrutto teorico di ‘come dovrebbe essere’ la relazione”. Sarà. Ma volendo allargare lo sguardo dagli epifenomeni amorosi alla più complessiva esistenza umana, l’idea dell’autoinganno evoca Schopenhauer e il suo ‘velo di Maya’. Cioè l’illusione che vela la realtà delle cose nella loro essenza autentica. “E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che agli prende per un serpente.”
Il Patto
23 / 2 / 2010

E’ incredibile, o almeno così potrebbe apparire senza voler fare sterili dietrologie, come alcuni episodi che la storia sembrava aver accantonato, ritornino nel tempo. Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, potente sindaco mafioso della Palermo degli anni ‘70, parla dall’aula del processo al generale dei carabinieri Mario Mori, racconta del ‘papello’, della presunta trattativa tra la mafia e lo Stato. Riporta la sua versione sui cambiamenti della politica italiana. Le sue parole, la sua faccia smunta, i suoi occhialini rotondi e neri sono lì, sugli schermi della tv.
Tutto trasmesso, puntualmente, dai principali tg. Strano. Perché alcune delle cose che sembra dire per la prima volta, in realtà, le ho appena lette. Le aveva dette lui stesso, Ciancimino jr. Sono stampate lì, sul libro che ho, ancora aperto, tra le mani. Si intitola Il Patto ed è la storia inedita di un infiltrato nel cuore della mafia. Una vicenda misteriosa, pubblicata da Chiarelettere, raccontata da Sigfrido Ranucci - giornalista di Rainews24 nonchè autore di ‘Report’ - e da Nicola Biondo, consulente di diverse procure e freelance per “l’Unità”.
Più che un’inchiesta, Il Patto sembra un romanzo. Perché leggendo si fatica a credere che, quanto riportato, abbia effettivamente un fondo di verità.
Luigi Ilardo, uomo d’onore, viene fatto infiltrare dallo Stato nel cuore di Cosa nostra negli anni delle stragi e all’inizio della Seconda repubblica. Riesce ad ottenere fiducia sia tra i carabinieri che tra gli allora capi mafiosi, Provenzano compreso. Lo si dava per morto, allora. Invece l’infiltrato riesce a portare gli uomini del Ros fino al casolare dello zù Binu, a quel tempo a capo della Cupola. A parte il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che gli è spesso accanto, paradossalmente, non gli crede nessuno. Eppure l’infiltrato parla, racconta di patti di capimafia. Fa i nomi.
Quel che resta di Marx
23 / 2 / 2010
Intervista all’autore di “Bentornato Marx!”. Del quale si dice sempre che è morto. Ma chi continua a ripeterlo in realtà è perseguitato dal suo spettro. Perché nonostante il ’socialismo reale’ sia fallito, con tutta la sua carica utopica, restano irrisolte le contraddizioni e le disarmonie profonde prodotte dal capitalismo; e perché vengono ancora utilizzate le categorie concettuali marxiste per spiegare il divenire della politica internazionale. Fusaro valorizza il pensiero di Marx nel suo aspetto filosofico, idealista, per la lucida capacità di denuncia e critica di un sistema che ci determina. Insomma, non è possibile fingere che Marx non esista, esorcizzare il suo pensiero, anche perché - sostiene l’autore - pur essendo apparentemente molto noto, in realtà la conoscenza che ne abbiamo è spesso approssimativa e convenzionale. In secondo luogo, rileggere Marx è interessante da una prospettiva ermeneutica: l’interpretazione che ne possiamo dare oggi non può che essere diversa da quella delle epoche precedenti, e ci si augura sia varia e plurale, che superi dunque i dogmatismi. “In termini heideggeriani, nella nostra epoca può emergere un ‘non-detto’, ossia uno o più aspetti del pensiero di Marx sfuggiti alle generazioni precedenti (tale è, per esempio, ad avviso di chi scrive, la centralità della categoria della libertà)”. (cb)
Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario
Intervista a Diego Fusaro (di Sabina Sacchi)
http://www.rainews24.it/ran24/clips/2010/02/funaro_17022010.flv

