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A tre anni dalla sua esplosione, la più acuta crisi dai tempi della Grande Depressione si fa ancora sentire. In Europa come in America. Ma non mancano molteplici segnali di ripresa: il temuto collasso della finanza non c’è stato, in Borsa tornano indici positivi e dividendi, i profitti si traducono di nuovo in maxi bonus per chi ha puntato sul cavallo giusto. La fine del capitalismo, delineata dai catastrofisti più entusiasti, non c’è stata.

Tanto che si può già intravedere “una tendenza allo sviluppo durevole e quasi certamente destinata a riprendere il suo cammino non appena essa sarà terminata, ciò che avverrà in tempi non lontani”. L’ottimismo di Roberto Ruozi, autorevole economista già rettore della Bocconi e docente alla Sorbona, si snoda attraverso le 492 pagine di ‘Intermezzo, tre anni di crisi bancarie’ con la consueta accuratezza di documentazione e chiarezza espositiva.

“E’ evidente che la causa maggiore della crisi è stato il comportamento dei massimi dirigenti delle banche”, ammette Ruozi, riconoscendo il carattere tecnico e non ideologico dell’intervento di molti Governi per salvare banche e assicurazioni e sottolienando anzi le responsabilità delle cancellerie europee per i tentennamenti nella gestione della crisi greca. Un ritorno dello Stato maturato su premesse diverse, dunque, destinato a lasciare spazio a quella exit strategy che non potrà trascurare, nei prossimi mesi, il risanamento dei conti pubblici.

Poi, è la tesi di Ruozi, le banche torneranno a fare il loro mestiere, grazie ad un diffuso e rapidissimo processo di razionalizzazione che le ha già portate ad una gestione più oculata e vicina al risk managment della solida tradizione dei grandi istituti.

Ruozi scommette così sul ritorno ad un capitalismo virtuoso nel quale “le probabilità che i nuovi venuti riescano a raggiungere gli obbiettivi che le loro banche e la comunità nel suo complesso hanno loro assegnato dipende dalla loro capacità e volontà di adottare comportamenti diversi da quelli di coloro che li hanno preceduti. In particolare, è indispensabile che essi ispirino le loro azioni a principi etici condivisi”.

Proprio questo “ritorno al buon senso” preconizzato negli ultimi due capitoli, tuttavia, appare per lo meno discutibile (a quando la prossima devastante crisi determinata da una nuova improvvisa diffusione di appetiti incontrollati e incontrastati?) e se è indubitabile, alla luce dei dati delle istituzioni internazionali, che il capitalismo è motore di sviluppo, innovazione e libertà per milioni di persone anche nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, ci pare meno solida la scommessa sul cambiamento verso una ‘dimensione sociale’ del capitalismo affidata alla speranza “che cambi il modo di recitazione degli attori (…) cioè il loro comportamento, così come speriamo che cambi anche il comportamento dei registi. Solo allora la commedia bancaria potrà riprendere a svilupparsi tranquillamente e senza grandi intoppi”. “E’ chiedere o sperare troppo?”, si domanda Ruozi.

Forse sì, verrebbe da rispondere leggendo la cronaca di tutti i giorni, i record di disoccupati e di profitti, l’aumento delle diseguaglianze e il sostanziale rifiuto di molti attori a ridiscutere almeno qualcuna delle regole del gioco.

(Paolo Cappelli)

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